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Heder: “Grazie Sardegna, questa è la mia casa”

Ci sono giocatori che arrivano in Sardegna quasi per caso e poi se ne innamorano. Passano le stagioni e sono ancora qui, a raccontarci storie di vita e di futsal che tutti vorrebbero sentire. Chiamano casa una terra dove non sono nati ma che è stata capace di accoglierli senza chiedere nulla in cambio, solo amore.

Prendiamo Heder, che oramai di anni in Sardegna ne ha già tredici. Arrivato timidamente nel 2005 al Cagliari calcio a 5 di Marco Vacca attraverso il suo procuratore è diventato uno di sardo-brasiliani che hanno fatto la storia della nostra disciplina in Sardegna.

Tempi bellissimi, quelli: pomeriggi del sabato al PalaConi dove trovare posto era un’impresa, indimenticabili finali (la Coppa Italia di A2), la promozione in A1 con la corazzata allenata a quel tempo da Diego Podda, poi ancora belle promozioni con il Sestu in A1 senza aver timore di scendere nella C1 regionale e dare il suo contributo e rimboccandosi le maniche.

“Mi ricordo bene del primo anno a Cagliari. L’allenatore era Pepe Pardo, dalla Spagna e avevamo una squadra abbastanza giovane. Ci siamo salvati all’ultima giornata ma poi lo stesso gruppo è cresciuto e siamo riusciti a portare la squadra in serie A con Diego Podda”. Un amore, quello con la terra sarda nato da subito: “Mi sono trovato subito benissimo e sono stato accolto molto bene dal gruppo e della società e la Sardegna mi è entrata subito nel cuore”.

Perché la Sardegna per lui non è stato solo la professione di giocatore di futsal ma anche tanto altro: “Ci sono tante cose belle come il mare, il clima, ma la cosa che mi ha colpito di più è l’ospitalità dei sardi che mi hanno fatto e mi fanno sentire a casa mia”. E la sua casa quest’anno si chiama ancora Città di Sestu, nuova stagione e avventura: “Abbiamo un gruppo abbastanza nuovo e giovane che ha molta qualità e speriamo di dimostrarle in campo. L’obiettivo è quello di fare il meglio in ogni gara e cercare di raggiungere i play of e la final four”. Obiettivi da raggiungere con serietà e costanza, quella che Heder ha sempre messo fuori e dentro il campo. Affiorano però anche le mancanze, quelle in cui nelle pause e nei pensieri entrano prepotentemente. Mancano i famigliari, le persone care che sono rimaste in Brasile anche se la Sardegna è diventata casa.

Una casa che ha costruito con fatica e rispetto, con compagni di squadra, allenatori e i suoi ragazzi. Heder e i giovani non è solo un’associazione sulla carta, è una responsabilità che sente sulla pelle da tecnico (allena le giovanili del Sestu) e da educatore ogni giorno: “Cerco di essere il più esemplare possibile dentro e fuori campo, so che ci sono bambini che ci guardano e ci copiano quindi dobbiamo dare buoni esempi”. Se si è giovani e si vuole fare futsal, questo è il consiglio, “ogni giorno bisogna avere la passione per qualsiasi cosa che si fa, non è diverso per il calcio a cinque  e, ovviamente, non bisogna mollare quando si trovano le difficoltà, che non sono poche”.

Dalla panchina al campo dove Heder, che nei cinque del futsal fa il centrale, si racconta con una frase: “Cerco di essere il più semplice ed efficace possibile, di giocare con attenzione e concentrazione”. Il suo ruolo, registra, difensore, catalizzatore di palloni, ultimo uomo, baluardo e ragionatore, impone varie qualità. A un giovane centrale consiglierebbe “calma e cervello, provare a sbagliare il minimo possibile e avere sempre la testa nella partita, qualsiasi cosa succeda”. Pur ricoprendo il ruolo di centrale pensa che sia il portiere l’uomo fondamentale della squadra “quello con più responsabilità e che non può mai sbagliare”.

Dice di lui Diego Podda, uno dei suoi mister storici: “E’ il giocatore che tutti gli allenatori vorrebbero avere, per atteggiamento, intelligenza tattica e comportamento. Un giocatore di sicuro affidamento, evoluto, svolge bene tutte le due fasi del gioco e soprattutto una coscienza nello spogliatoio, parlava poco ma quando interveniva era sempre incisivo”.

Entriamo anche nei suoi segreti pre-gara: “Qualche volto ascolto un po’ di musica, a volte parlo con i compagni di squadra, non ho un rito preciso ma quando inizia il riscaldamento la mia testa è solo nella partita, non esistono altre distrazioni”.

Capitolo persone importanti. Nella sua carriera e nella sua esperienza sarda non riesce a fare un solo nome di chi lo ha aiutato e supportato. Sono tanti, troppe. Forse, in vetta, potremmo pensare a Serginho e la moglie Fabiana, testimoni di nozze (Heder è sposato con Gabi): “Ho conosciuto tanta gente qui e ognuno ha contribuito alla mia crescita dentro e fuori dal campo. Tanti compagni di squadra, dirigenti, presidenti, allenatori ma soprattutto gli amici fuori dal campo”. Quella che resta pare una casa, visto che anche il lavoro è sempre legato alla Sardegna e allo sport, come istruttore di functional training. Con la moglie Gabi condivide eventi di zumba, fitness e animazione. Lui la segue dove può, formando una coppia sempre in movimento.

Il futuro? Heder ha già tracciato la sua strada, ancora nell’Isola: “Cercherò di giocare fin che riesco e pretendo di continuare a lavorare sempre con i bambini per farli fare uno sport bellissimo e divertente, sperando che diventi una passione anche per loro”.

Un’emozione e un’energia che Heder è riuscito a trasmettere in questi anni a tanti sardi che lo hanno ricambiato con affetto e amicizia.

 

 

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